Galleria

               

Marco Bagatin, immagine dell’opera in mostra e testo presente nel catalogo della Mostra Collettiva Internazionale
“La Follia della Ragione”,
tenutasi dal 16 al 30 Ottobre presso la VENICE ART GALLERY, Calle del Tragheto 2799, Dorsoduro, Venezia (fra Campo San Barnaba e l’approdo del traghetto a Ca’ Rezzonico).
Progetto e realizzazione grafica Steve Magnani
Elementi portanti dell’arte pittorica di Marco Bagatin appaiono essere la materia e il silenzio, quello spazio che si origina da un apporto di sostanza e che definisce un’ambiente apparentemente circoscritto alla dimensione del quadro, ma i cui confini, idealmente e mentalmente si estendono illimitatamente oltre la superficie dipinta. Ciò fa assumere a queste pitture un aspetto apparentemente scabro e desolato, come desertico, che non sappiamo definire se reale o fantastico, immaginifico, uno spazio dell’inconscio da cui affiora un ricordo, un monito, un presentimento.
I presupposti di quest’arte sono informali, ma il concetto diviene surreale e metafisico nell’atto in cui le paste terrose si stendono e si stratificano sulla superficie dell’opera, dense eppure levigate, compatte e dell’impressione di leggerezza, producendo dubbi, facendo emergere interrogativi irrisolti, con intuizioni figurative di magrittiana memoria. Quasi a voler suggerire un monito, un sommesso incitamento, che è quello di non soffermarsi ad osservare passivamente la superficie delle cose, ma andare a fondo, porsi delle domende, che è poi il presupposto stesso per l’indefinita possibile conoscenza, di sé e del mondo.
Concrete eppure delicate, queste pitture sono arricchite e rese accattivanti dall’abilità di decoratore di Marco Bagatin, che riesce a infondere al gesso grezzo l’aspetto e l’apparenza del marmo e della pietra, la qual cosa sposta l’immaginazione su plausibili scenari desertici o astronomici, venature di orografie e creste montuose, increspature marine che comunque palesano movimento, vita, metamorfismo. Poiché ogni cosa esistente, sia essa organica o inorganica, ha una sua genesi, una sua evoluzione e una fine, e anche la figura umana che campeggia immancabile al centro delle composizioni ci avverte che la nostra specie, che usualmente consideriamo permanente e imperitura nel nostro esistere al momento presente, è anch’essa aggregazione di atomi, e perciò mutevole nel suo stato.
L’impressione è quella di un avvertimento muto, di cui però l’autore non ci rivela né l’origine né il fine: è il suo linguaggio, ciò che per lui ha intima significanza e da cui si è evoluto il suo stile e il suo segno, ed è assolutamente equo che rimanga tale, un’evocazione a cui siamo sollecitati a rispondere non con le nostre facoltà razionali, ma con la nostra sensibilità più profonda. Esiste perciò un’eco romanitica compresente con le altre suggestioni, in queste opere, dotate della capacità quasi esoterica, di abbinare mondi: quello umano a quello oltremondano, forse ultraterreno, richiamante dimensioni al di là della ragione, con cui tuttavia imprescindibilmente sussiste un legame sottile, un collegamento che tutto innerva, similmente alle ramificazioni che percorrono il ductus del dipinto.
I colori sono neutri, la tavolozza è pacata, dai toni sommessi, come a voler incitare la nostra attenzione a trovare riparo dal “rumore” del quotidiano e soffermarsi a cercare riposo lì dove la radice di ogni esperienza ottiene la sua ineffabile soluzione.
Le due opere esposte, “Destino 11” e “Il silenzio 05” sintetizzano il modo e la poetica dell’artista, ponendo in primo piano queste sagome evanescenti, emergenti da abissi fisici o immateriali, intimandoci il silenzio. Perché talvolta, o comunque a riguardo delle esperienze più determinanti della nostra vita o oltre quella, il silenzio è dovuto, auspicabile, ineludibile, ad evitare qualsivoglia orpello innaturale e non necessario.

Prof. Giorgio Grasso critico d’arte                                                                                                                                                               

 “E’ nel senso scenografico dell’arte astratta che si  palesa la vera qualità artistica nelle immagini di onirica creatività e nell’incantata apparenza della figura umana, dove la visione è sollecitata da un cromatismo indefinito ed aereo nelle trame informali per aprirsi all’immaginario dell’inconscio collettivo con un singolare simbolismo espressivo, mentre liriche lontananze e magiche riflessioni segrete svelano un’imprevista ed idealistica spazialità per un nuovo filone d’arte.”

Dott.ssa Carla d’Aquino Mineo, critica d’arte. 

Quella di Marco Bagatin è una pittura che presenta le mappe di un personaggio interiore, un atlante dissecato, riarso con mappali di terre scabre, deserte, con strane improvvise e diffuse luminescenze, quasi nebbie crepuscolari rischiarate dall’interno da luci segrete, con l’esplosione di cretti prodotti da un arsura non meno interiore, non meno sotterranea in un continuo rimandare tra superficie del visibile, dell’apparenza e un sottosuolo che si intuisce, che preme, che forza, pronto ad esplodere, ad eruttare, le cui gallerie, i cui cunicoli, le cui vie nascoste non si possono che intuire o meglio che presagire. Le vere vie, i fiumi come arterie e vene, le correnti sono al di sotto di questa crosta che è anche però pelle martoriata, ustionata, ulcerata, scorza butterata, graffiata, rinsecchita quasi corteccia scarnificata.                                                                                                            Dott Antonio Castellana,  critico d’arte 

 Marco Bagatin, image of the work on display and text in the catalog of the International Collective Exhibition
“The Madness of Reason”,
held from 16 to 30 October at the VENICE ART GALLERY, Calle del Tragheto 2799, Dorsoduro, Venice (between Campo San Barnaba and the ferry landing at Ca ‘Rezzonico).
Steve Magnani graphic design and realization
The main elements of Marco Bagatin’s pictorial art appear to be matter and silence, that space that originates from a contribution of substance and that defines an environment apparently limited to the size of the painting, but whose borders, ideally and mentally extend unlimited beyond the painted surface. This makes these paintings assume an apparently rough and desolate aspect, like desert, which we cannot define as real or fantastic, imaginative, a space of the unconscious from which a memory, a warning, a presentiment emerges.
The assumptions of this art are informal, but the concept becomes surreal and metaphysical in the act in which the earthy pastes are spread and stratified on the surface of the work, dense yet smooth, compact and with the impression of lightness, producing doubts, making unresolved questions emerge, with figurative intuitions of Magrittian memory. As if to suggest a warning, a subdued incitement, which is not to pause to passively observe the surface of things, but to go to the bottom, ask oneself some questions, which is then the very prerequisite for the indefinite possible knowledge of oneself and of the world.
Concrete yet delicate, these paintings are enriched and made captivating by Marco Bagatin’s skill as a decorator, who manages to infuse the rough plaster with the appearance and appearance of marble and stone, which moves the imagination to plausible scenarios. desert or astronomical, veins of orographies and mountain ridges, marine ripples that in any case reveal movement, life, metamorphism. Since every existing thing, be it organic or inorganic, has its own genesis, its evolution and its end, and also the human figure that inevitably stands at the center of the compositions warns us that our species, which we usually consider permanent and imperishable in our existing in the present moment is also an aggregation of atoms, and therefore changing in its state.
The impression is that of a mute warning, of which however the author reveals neither the origin nor the end: it is his language, what has intimate significance for him and from which his style and its sign, and it is absolutely fair that it remain so, an evocation to which we are urged to respond not with our rational faculties, but with our deepest sensitivity. There is therefore a Romanesque echo coexistent with the other suggestions, in these works, endowed with the almost esoteric ability, to combine worlds: the human one with the otherworldly one, perhaps otherworldly, recalling dimensions beyond reason, with which however there is an unavoidable link subtle, a connection that innervates everything, similarly to the ramifications that run through the ductus of the painting.
The colors are neutral, the palette is calm, with subdued tones, as if to incite our attention to find shelter from the “noise” of everyday life and to pause to seek rest where the root of every experience obtains its ineffable solution.
The two works on display, “Destino 11” and “Il silence 05” summarize the artist’s way and poetics, placing these evanescent shapes, emerging from physical or immaterial abysses, in the foreground, intimating silence. Because sometimes, or in any case with regard to the most decisive experiences of our life or beyond that, silence is due, desirable, unavoidable, to avoid any unnatural and unnecessary tinsel.
Prof. Giorgio Grasso art critic

 

                                                       Is in the scenographic sense of abstract art that the true artistic quality is revealed in the images of dreamlike creativity and in the enchanted appearance of the human figure, where the vision is stimulated by an indefinite and aerial chromatism in the informal plots to open up to the imaginary of the collective unconscious with a singular expressive symbolism, while lyrical distances and magical secret reflections reveal an unexpected and idealistic spatiality for a new line of art. “

Dr. Carla d’Acquino Mineo, art critic. 

 

 

 That of Marco Bagatin is a painting that presents the maps of an interior character, a dissected atlas, parched with maps of rough, deserted lands, with strange sudden and diffuse luminescences, almost crepuscular mists illuminated from within by secret lights, with the explosion of cracks produced by a heat no less interior, no less underground in a continuous return between the surface of the visible, the appearance and a subsoil that can be sensed, which presses, what strength, ready to explode, to erupt, whose tunnels, whose tunnels, whose hidden streets one can only guess or better than predict. The real streets, the rivers like arteries and veins, the currents are underneath this crust which is also, however, battered, burned, ulcerated skin, pockmarked, scratched, withered rind almost stripped bark.                                                                                                             Dr Antonio Castellana, art critic                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

 

 

 

 

 

 

On a wooden table I wanted to create a fake marble, and the image of a man who tries to get out of the matter and says to be silent, especially in this historical period where the planet should speak less and do more. The material used is lime with a spatula, while the image was made in ink by transfer, setting it between the processes. Everything was polished with a hot iron and a protective coat as the final coat. To the touch it seems to touch a marble without any overlap. At first glance, observing the work is not a clear image, however, by carefully lingering and concentrating, you understand the image that I want to represent, creating an explosive emotion in me, with the aim that it is also for those who observe it. As long as I am inspired, the image will always be the same, while the colors will change every time, to make my paintings unique and unrepeatable.

 

“It is in the scenographic sense of abstract art that the true artistic quality is revealed in the images of dreamlike creativity and in the enchanted appearance of the human figure, where the vision is stimulated by an indefinite and aerial chromatism in the informal plots to open up to the imaginary of the collective unconscious with a singular expressive symbolism, while lyrical distances and magical secret reflections reveal an unexpected and idealistic spatiality for a new line of art. “

Dr. Carla d’Acquino Mineo, art critic. In reference to “Silence 02”.

 

 

 That of Marco Bagatin is a painting that presents the maps of an interior character, a dissected atlas, parched with maps of rough, deserted lands, with strange sudden and diffuse luminescences, almost crepuscular mists illuminated from within by secret lights, with the explosion of cracks produced by a heat no less interior, no less underground in a continuous return between the surface of the visible, the appearance and a subsoil that can be sensed, which presses, what strength, ready to explode, to erupt, whose tunnels, whose tunnels, whose hidden streets one can only guess or better than predict. The real streets, the rivers like arteries and veins, the currents are underneath this crust which is also, however, battered, burned, ulcerated skin, pockmarked, scratched, withered rind almost stripped bark.                                                                                                             Dr Antonio Castellana, art critic

 

 

 

 

 

 

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